
L’analisi di Luca Bandirali in Medium loci sposta lo sguardo del Genius loci di Christian
Norberg-Schulz. Dall’arte come strategia trasformata degli spazi in luoghi identitari si passa all’uso dei media come strumenti di archivio e racconto. Questa rinnovata prospettiva scaturisce dall’idea che il senso profondo del territorio sia l’esito di un processo operato dai media che, a partire dalla spazialità, costruiscono i propri artefatti.
È sempre un po’ stridente per me accostare la parola “territorio” ad “artefatto”. Sono però consapevole che le forme valide e plurali della contemporaneità prevedano modalità interessanti e spesso sorprendenti di creare nuove visioni territoriali. Citando Andrew Higson, grande studioso della serialità audiovisiva britannica, Bandirali presenta la difficoltà del mezzo televisivo ad attivare quello “sguardo intensamente concentrato” del cinema nella forma dello spectacle. Spetta dunque al medium televisivo il compito di enfatizzare e intensificare l’immagine del paesaggio per ottenere l’effetto “spettacolare”.
Occupandomi di scrittura audiovisiva di montagna, e soprattutto vivendo la montagna in molti modi, mi chiedo: abbiamo davvero bisogno di ottenere questa spettacolarità nell’audiovisivo di montagna oggi? La studiosa danese Anne Marit Waade nel suo eccezionale lavoro Re-Investing Authenticity: Tourism, Place and Emotions, si pone lo stesso quesito ampliandolo ai luoghi marginali e saturi di turismo. L’autenticità dei luoghi che vengono inquadrati, sviluppati e diffusi globalmente si basa davvero sull’autenticità reale di un luogo? O è mediata in maniera deviante dalle richieste di mercato?
L’autenticità “staged”, letteralmente “messa in scena”, si allinea alla retorica dello spettacolare, e rappresenta tutto il superfluo, l’eccesso, il peso vuoto di cui questi luoghi liminali non hanno bisogno. Nonostante una tendenza positiva evidenziata in lavori recenti alla rappresentazione di ambienti montani—anche nella tv generalista RAI—rimane talvolta presente il retaggio di divismo delle montagne, il desiderio di mostrarle agghindate e apparecchiate per un pubblico pagante: ciò che di più lontano c’è dalla loro reale essenza.
Bandirali citando D’Adamo parla di “spazio empatico” che ci fa avvicinare a un personaggio sentendone e compatendone paure e speranze. Credo sarebbe interessante utilizzare questi termini per uscire dalle dicotomie natura vs. ambiente e umano vs. naturale. Davvero nel 2026 non riusciamo a concepire empatia verso uno spazio? Davvero l’unico tipo di relazione possibile è quella umano-umano? Mentre guardando allo stato del mondo si delinea una risposta che non vorrei conoscere, mi torna in mente un grande classico del cinema Viale del tramonto di Billy Wilder. La ripetitività sterile di Norma ricalca i rituali del divismo mentre fuori tutto è cambiato. Cosa serve ancora a noi oggi per vedere che tutto sta cambiando? Cosa serve per smettere di trattare la montagna come una vecchia diva stanca? Diamo aria al nostro sguardo, prendiamo in prestito altri occhi, curiamo il nostro sguardo, rendiamolo vivo.
Non abbiamo bisogno di messe in scena, abbiamo bisogno di un’empatia estesa e fertile.
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