Sette volte bosco

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Non so se sia per mia personale affinità o per una reale marcia in più, ma mi rendo sempre più conto che, sia in letteratura che nelle produzioni audiovisive, tendo ad apprezzare quelle e quegli autori che sono, in qualche maniera, ibridi. Percorsi poco lineari, inciampi, ammaccature, e soprattutto con teste e mani piene di tante cose. Sperimentatori, curiosi, esploratori: radicati in un luogo e al contempo capaci di aprirsi al mondo. 

Caterina Manfrini, con la sua opera prima Sette volte bosco appartiene a questa categoria. Di formazione antropologa, attratta dalla scrittura, viaggiatrice tra Inghilterra e Danimarca, porta sempre con sé le storie della sua famiglia, le storie delle sue montagne—che, infondo, sono un po’ la stessa cosa. 

A Manfrini, si direbbe, “piace vincere facile”: mi parla della mia terra, del verde e della roccia che mi ripuliscono gli occhi, mi ricorda il rumore del torrente e della sua acqua gelida anche in estate, della bellezza di un raggio di sole che non ti aspettavi. Mi parla inoltre di un maso, un màs, nel periodo che da sempre mi affascina terribilmente, quello tra la fine della prima guerra mondiale e la vita che, in qualche modo, ricomincia subito dopo. 

In Sette volte bosco è chiaramente visibile la “storied matter” teorizzata da Serenella Iovino: non c’è distinzione tra umano e non-umano, ogni confine svanisce senza per questo perdere forza né connotazione. Il rispetto tra i vari elementi presentati risulta essere l’unico modo per provare davvero ad andare avanti. E così, il racconto di Manfrini si tinge delle più belle leggende delle Dolomiti, dalla Fraoperta al Salvanèl, senza mai darci la sensazione di introdurre a forza elementi folkloristici stereotipati per strizzare l’occhiolino al lettore. 

Manfrini e i suoi protagonisti sono genuini, sono autentici, di una autenticità che la studiosa nordica Anne Marit Waade definisce “performed”: una autenticità che ha bisogno di relazionarsi per prendere senso, e al contempo una autenticità lontana da quella “staged” dei luoghi turistici, fin troppo spesso presente nelle produzioni letterarie e audiovisive contemporanee nei territori alpini. 

Ad ogni pagina, Manfrini è una sorpresa che, come osserverebbero De Mauro e Camilleri “batte dove il dente duole”. La varietà linguistica che scorre nelle pagine è di una ricchezza rara, soprattutto per racconti provenienti dal Nord-Est italiano. Quel dente, duole perché spesso appiattito soprattutto in una certa letteratura e televisione generalista a un irreale montanaro standard che copre senza criterio ogni montagna del Nord. Manfrini non solo ricorda, ma sottolinea con consapevolezza l’importanza del tessuto linguistico territoriale per risaltare l’umanità dei suoi personaggi. Oltre al dialetto, include—spesso sotto forma di detti o di memoria paterna—degli estratti in cimbro, in zimbar, creando una commistione esemplare di voce, memoria e territorio.

Le storie si intrecciano senza mai confondersi, e gli elementi del luogo cambiano, reagiscono e si rafforzano nel periodo dell’immediato dopoguerra proprio nella crescente consapevolezza teorizzata da Wendell Berry che “nessun luogo è davvero in salute, finché tutti i luoghi non lo saranno”. Adalina, cuore pulsante di queste pagine, tratta le persone, il torrente e gli animali con la stessa cura in maniera così organica da farla sembrare l’unica alternativa possibile al riscatto. Un riscatto che non è mai sociale in senso speculatorio: è un riscatto reinserisce la protagonista nella ciclicità della morantiana Storia. Senza nostalgie, senza afflizione: lo sguardo di Manfrini è intriso di piccole storie inserite in una cornice antripologico-ambientale più estesa, eppure è al contempo sguardo vivace, curioso e vero, che non lascia spazio a scorci che non nascano dalla verità della materia narrata. 

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