una preposizione, una congiunzione

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«Vi farò pescatori di uomini» [Mt 4,18-22 ]
È una frase che spesso viene letta come uno scarto verso l’alto, come una richiesta di abbandono: lasciare ciò che si è per diventare altro, più istruito, più elevato, più degno. Una specie di promozione simbolica.
Ma se se si prova a stare più bassi, più vicini all’acqua, quella frase può suonare diversamente.

Gesù non cerca pescatori per toglierli al mare. Li cerca proprio perché sono pescatori. Per la precisione dei loro gesti, per la conoscenza profonda della materia che trattano, per il modo in cui il corpo si è fatto ambiente. Non per trasformarli in altro, ma per chiamarli a partire esattamente da lì. Dall’esattamente così delle loro mani.

Questa pienezza di presenza, questo stare interamente dentro ciò che si fa, è qualcosa che attraversa molti scritti di Erri De Luca. In Tu, mio (1998), descrivendo il lavoro dello zio pescatore e del suo amico Nicola, scrive:

«Nicola mi ha insegnato il mare senza dire: si fa così. Faceva così e il così era giusto, non solo preciso ma bello da vedere, mai di fretta. Il così di Nicola aveva l’andatura delle onde, i suoi gesti facevano una rima che imparavo a intendere[…] Lui poteva guardare altrove, il lontano o niente, lasciando le mani a fare da sole. Quella era l’opera, il davanti, mentre il resto del corpo era solo un sostegno di pazienza.»

Qui non c’è tecnica spiegata, non c’è istruzione impartita: c’è un corpo che sa. Mani che non hanno bisogno di essere sorvegliate, perché hanno già imparato la misura. È questo che rende il gesto giusto. Ed è anche questo che lo rende bello.

A quali altre mani si potrebbe auspicare di chiedere un aiuto?
Quali modifiche—o come suona meglio oggi, upgrade—si può volere da una tale centratura?

Pesci, uomini: non fa differenza. In questo passo più che mai, l’Uno è Uno tra uomini. Non sopra, non davanti. Tra. E capisce che solo nel sostegno di quella preposizione può sperare di trovare aiuto: un aiuto che, proprio per la sua concretezza e coerenza, diventa sacro.

Non è una chiamata alla purezza, né alla perfezione. È una chiamata alla continuità. A stare dentro ciò che si sa fare, senza edulcorarlo, senza ripulirlo. A portare con sé anche la stanchezza, lo sporco, l’andatura irregolare.

Non a caso, in un testo di De Luca per molti aspetti affine, I pesci non chiudono gli occhi (2011), il protagonista ha sempre a che fare con un pescatore che le sue frasi le

«Iniziava spesso con la “e”. A scuola insegnano che non si comincia un periodo con una congiunzione. Per lui la frase era la continuazione di un’altra detta un’ora fa, un giorno prima».

Quell’abbondanza di frasi che iniziano con “e” è tipica delle Sacre Scritture. Non come artificio retorico, ma come segno di una continuità che non si interrompe. La frase non nasce da zero: arriva da prima. Come il gesto del pescatore, che non ricomincia mai davvero, ma prosegue.

Qui il sacro non è separazione, è aderenza. Non è chiamata a qualcosa di diverso, ma a qualcosa di più grande, semplicemente perché più fedele. Una chiamata ad andare così: sporchi, stanchi, azzoppati. Basta il dono delle mani, di un loro gesto giusto.

E di qualcuno che lo veda.

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