uno sforzo di decentramento

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Penso spesso che ci sia equivoco che accompagna il discorso ambientale contemporaneo: l’idea che prendersi cura del mondo sia una pratica da checklist, un dovere routinario da assolvere con disciplina ma senza coinvolgimento, come se bastasse “fare la cosa giusta” per sentirsi assolti. In questa prospettiva l’ambiente diventa un campo di obblighi, non di appartenenza; un insieme di regole, non una relazione. Credo invece che sia oggi più che mai necessaria un’esigenza di co-appartenenza, un sentire più genuino che utilitaristico, che prende forma una riflessione radicale sul nostro stare al mondo, una riflessione che oggi trova una delle sue voci più limpide nel cammino e nella scrittura di Paolo Rumiz. 

Paolo Rumiz ci invita a spostare il baricentro. Molto più indietro. Lì dove la responsabilità non era un peso imposto, ma un onore condiviso: la civilitas romana, il sentirsi parte di una trama in cui l’ambiente non è uno sfondo, bensì il luogo stesso dell’agire umano. Essere nell’ambiente, agire nell’ambiente, non significa allora aderire a una morale astratta: significa andare verso il proprio destino, intrecciandolo a una comunità viva. E Rumiz lo dice con chiarezza disarmante: verso il destino si va solo calpestandolo. Non c’è scorciatoia. Non c’è visione imposta dall’alto che tenga. C’è il passo. E il passo pesa.

Amo il concetto di peso in tutte le sue forme. Qui è necessario. Dare peso ai nostri passi non vuol dire appesantire il mondo, ma esserci. Presenza contro consumo, attenzione contro distrazione. Il passo che calpesta non distrugge: traccia. Traccia noi stessi mentre attraversiamo ciò che non ci appartiene, dando forma a un cammino che quasi mai risulta nitido in partenza, come già sosteneva Antonio Machado a inizio del XX secolo: Caminante, no hay camino, se hace camino al andar.

Nel suo racconto Appia, Rumiz compie questo gesto radicale riscoprendo, appunto, la Via Appia. Un viaggio a piedi, personale e insieme profondamente civile, che diventa restituzione: a chi è venuto prima e a chi verrà dopo. La strada più antica non è nostalgia archeologica, ma educazione del corpo. Camminare è uno sforzo di decentramento: ci toglie dal centro immaginario in cui amiamo collocarci e ci rimette in circolo, vulnerabili e vivi.

Per questo Rumiz apre la sua testimonianza contestando il detto “tutte le strade portano a Roma”. Come se la marginalità dovesse per forza desiderare un centro, come se il senso fosse sempre altrove. Il cammino insegna il contrario: l’equilibrio—personale e ambientale—che poi non sono così distanti—prende peso quando è il centro a esplorare le periferie, l’inconsueto, il dimenticato. Allora sì: tutte le strade partono da Roma. Ma non per tornare indietro, partono per irradiare.

Il destino di un cuore pulsante, per restare vivo, non è accumulare: è pompare. Portare sangue in ogni vena, in ogni capillare. Così la città, così la comunità, così l’ambiente. Passo dopo passo, calpestando e dando peso, dandoci peso. Perché la vera sostenibilità non è un dovere da adempiere: è una forma di appartenenza che si conquista camminando.

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