lasciare traccia

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“La scrittura alpina non è frutto di letterati. È figlia della fatica, del cammino, del vivere a certe altezze”
— Quinto Antonelli, Lasciar traccia

Ci sono luoghi dove il linguaggio cambia forma. Non si grida, non si impone, non si ostenta. In montagna le parole si scrivono su legno, su pietra, su carta inzuppata. Si incidono sui muri delle baite, si affidano al retro di una fotografia, si lasciano nei libri di vetta come un soffio, una presenza discreta.

In quota, il linguaggio si fa altro. Non tanto per il lessico, ma per la postura che richiede: non serve dire, serve tracciare— con rispetto, con economia. È questo uno degli spunti più originali e fecondi che emergono da Lasciar traccia, lo straordinario lavoro di Quinto Antonelli dedicato alle scritture del mondo alpino.

Antonelli parla della montagna come ambiente scritto, e non in senso metaforico. In molte valli alpine, il paesaggio è punteggiato di segni: croci lignee con nomi e date, frasi scolpite nei camini delle malghe, graffiti rupestri tracciati con il carbone o il coltello. Sono forme di scrittura povera e resistente, nate non per durare, ma per esistere. Piccole tracce che oggi ci raccontano un modo diverso di abitare lo spazio e il tempo.

Questi segni non parlano mai da soli. Chiedono un contesto, un respiro, una quota. Sono forme di parola che nascono sopra una certa soglia, quella altitudine dove il corpo rallenta e il linguaggio si fa gesto essenziale.

Tra le forme più toccanti di questa scrittura d’altitudine ci sono i libri di vetta. Registri lasciati dentro piccole cassette metalliche, spesso arrugginite, che si aprono come reliquiari. Chi arriva in cima vi scrive il proprio nome, la data, a volte una dedica, un pensiero, una poesia. È un gesto minimo, ma carico di significato: sono passato di qui, non ho portato nulla, ho lasciato una parola.

Queste scritture non cercano lettori: parlano all’aria, alle nuvole, ai futuri passanti. Sono linguaggi di confine, affidati a supporti fragili, eppure tenacissimi. Antonelli li studia come veri documenti antropologici: “Nei libri di vetta si scrive spesso come se si scrivesse a un amico, a un padre, a una madre: c’è gratitudine, c’è umiltà, c’è anche desiderio di essere ricordati”.

A questa visione si affianca, come in risonanza, lo sguardo di Robert Macfarlane. In The Old Ways, lo scrittore britannico afferma:

“Paths are the habits of a landscape. They are acts of consensual making.”

I sentieri, come i segni lasciati sulle rocce e nei libri di vetta, sono linguaggi tracciati dal corpo, forme di scrittura collettiva. Ogni passaggio ripetuto nel tempo incide una frase silenziosa nel paesaggio, o meglio, nell’ambiente. Camminare, allora, è anche leggere — e riscrivere — la storia di un luogo. Così come accade nella scrittura alpina analizzata da Antonelli, dove parole minime e gesti quotidiani diventano memoria condivisa.

Accanto alla scrittura individuale, sopravvive anche quella simbolica e rituale: segni apotropaici, iniziali incise per tenere lontani spiriti maligni, nomi scolpiti come difesa e dichiarazione d’identità. Ogni parola scritta sulle architetture alpine ha un valore materiale. Non si scrive per esprimere, ma per proteggere, per benedire, per radicarsi.

In questi segni sopravvivono lingue locali, dialetti, nomi di cose che altrove sono scomparse. Parole che non si possono tradurre: indicano un tipo specifico di vento, un particolare tipo di fieno, un sentiero secondario. Sono vocaboli nati dall’aderenza alla terra, alla pietra, al gesto quotidiano.

L’altitudine è dunque anche una condizione linguistica. In quota, il linguaggio si spoglia del superfluo e si ancora all’essenziale. Scrivere, lassù, non è mai un atto gratuito: richiede fatica, tempo, silenzio. È un atto etico prima che estetico.

Forse è proprio per questo che le parole di montagna colpiscono tanto chi le legge oggi. Ci parlano da un mondo che non pretende attenzione, ma la guadagna. Ci ricordano che esiste una forma di presenza che non consuma, ma che lascia traccia.

In un tempo dove le parole ci sommergono, dove il linguaggio si logora nella velocità, le scritture di quota offrono una lezione radicale: si può comunicare senza invadere, si può dire senza occupare spazio.

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