geografie del crollo

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C’è un momento preciso, durante un cammino, in cui ci si rende conto che il sentiero non continua. Può essere un cartello che avverte: frana, pericolo, accesso vietato. Oppure l’assenza stessa del sentiero: una lingua di terra inghiottita, una linea di vernice cancellata dalla pioggia, una traccia che si spezza nel nulla.

Negli ultimi mesi, le frane che hanno colpito l’Alta Val Camonica, la Valtellina, la Valle d’Aosta hanno interrotto non solo strade, ma cammini, traversate, storie. In particolare, il Sentiero Italia CAI, che collega l’intero arco appenninico e alpino, è diventato in più punti impraticabile. Ma il vero cedimento, a ben vedere, non è solo quello geologico. Quando un sentiero si interrompe, si rompe anche una relazione di fiducia con il territorio: il patto implicito secondo cui il paesaggio, pur mutando, resterebbe attraversabile.

Camminare in montagna implica fidarsi: della carta, della segnaletica, delle stagioni. Ogni interruzione è un appello alla presenza: ci costringe a fermarci, a scegliere. Tornare indietro? Improvvisare? Aspettare?

Il 3 luglio di due anni fa, si è interrotto ben più di un sentiero. Il crollo del ghiacciaio della Marmolada, che ha causato la morte di undici persone, ha lasciato una cicatrice profonda nella percezione collettiva della montagna. Non era solo un evento tragico: era il segno tangibile di un cambiamento in atto, una frattura nel nostro immaginario. Il ghiacciaio, che per secoli aveva rappresentato stabilità, perennità, si è rivelato friabile, impermanente. Una parte della montagna si è staccata—e con essa anche l’idea che la montagna potesse rimanere fuori dalla storia, fuori dalla crisi climatica. Il sentiero verso la cima della Marmolada è stato chiuso. Ma anche quello verso la nostra illusione di controllo.

Nella letteratura di montagna, il sentiero è spesso più che un percorso: è una grammatica. In Il peso della farfalla, Erri De Luca scrive che “il sentiero non è una via: è un pensiero che ha preso forma sulla terra”. L’interruzione del sentiero, allora, è come una frattura sintattica. È la crisi di un discorso con la montagna, l’interruzione di un ragionamento. Ci si trova improvvisamente nel bianco tra due paragrafi, in quel vuoto che chiede di essere riscritto con il corpo.

Un autore che ha saputo abitare questo vuoto è Robert Walser. Più che un semplice camminatore, Walser è stato un scrittore del margine, dell’impercettibile. Nei suoi Microscripts, testi redatti in una grafia minuscola e quasi illeggibile su pezzi di carta di recupero, il camminare è una forma di scrittura—e la scrittura, a sua volta, è una forma di smarrimento. Walser non cerca mete, non scala cime: si perde. Osserva la polvere, le formiche, le pieghe delle strade secondarie. Camminare, per lui, è un modo per aderire all’invisibile, per lasciarsi attraversare dall’inciampo. È il poeta del sentiero che si sbriciola sotto i piedi, che non conduce da nessuna parte, che finisce senza spiegazioni.

Anche nei suoi ultimi anni, ricoverato in un ospedale psichiatrico, Walser continuava a camminare, ogni giorno, nei dintorni della clinica. Morì la vigilia di Natale del 1956, trovato nella neve, disteso come in una pausa del passo. Anche la sua morte, come la sua scrittura, è una sospensione, un’interruzione che non chiede clamore, ma ascolto.

C’è una bellezza anche in questo. Un sentiero interrotto non è un fallimento: è un invito a disegnare nuovi tracciati, a immaginare altre vie. Ma serve lentezza, ascolto, cura. Serve una nuova alfabetizzazione del terreno, come quella che sapevano praticare gli antichi manutentori delle mulattiere, capaci di leggere le crepe nella pietra come presagi. Manutentori come poeti dei sentieri interrotti, come testimoni di un crollo che hanno saputo abitare i resti.

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