
C’è qualcosa nella salita che mette ordine.
Non tanto nel paesaggio – che anzi si complica, si stratifica – quanto nel pensiero. Più si sale, più le priorità si riducono: respiro, passo, orientamento. Nelle valli si pensa in orizzontale, in montagna si comincia a pensare in verticale. E non è solo questione di topografia: è una questione ecologica, politica, esistenziale.
La verticalità non è solo dislivello. È un cambio di paradigma.
Quando ci si muove in un ecosistema montano, ogni passo costringe il corpo a prendere atto della complessità: la variazione di temperatura, la fatica che si accumula, la rarefazione dell’aria, la scomparsa di certi suoni. Gli esseri viventi si distribuiscono per fasce altitudinali. La biodiversità non è solo “diffusa”, è anche “impilata”. L’albero che trovi a mille metri non è lo stesso che trovi a millecinquecento. E nemmeno gli uccelli, i licheni, i funghi. Nemmeno l’uomo.
La montagna ci chiede di pensare in strati. Di capire che ogni quota è un linguaggio. Che salire non è solo conquistare, ma ascoltare differenze.
Chi parla di “conquista” della cima cancella questa complessità.
Trasforma il paesaggio in uno sfondo da prestazione. Ma la montagna non è fatta solo di vette. È fatta di versanti, anfratti, pascoli, bivacchi semi-abbandonati, terrazzamenti antichi. La sua bellezza non è apicale: è distribuita.
In questo senso, l’ecologia verticale è anche un’ecologia della cura. Perché invita a soffermarsi sui passaggi intermedi, sulle soglie, sugli equilibri fragili che tengono insieme tutto. E ci chiede di non dimenticare ciò che si lascia alle spalle mentre si sale.
Mi piace pensare alla montagna come a un archivio vivente—riprendendo l’archivio verticale di Jules Michelet—ma disposto su piani inclinati. La storia geologica e quella umana si sfogliano in diagonale, un passo alla volta. Anche i corpi si fanno archivio: portano con sé la memoria delle salite, delle discese, delle volte in cui si è dovuto tornare indietro.
In un mondo sempre più piatto, accelerato, algoritmico, la montagna ci restituisce la possibilità di pensare per pendii, per gradi, per livelli. Di abitare — anche solo temporaneamente — un’altra logica. Quella della fatica. Quella dell’attenzione. Quella dell’umiltà.
Non è un caso se molta letteratura della montagna sceglie l’obliquo, il lento, il graduale. Mario Rigoni Stern non racconta imprese, ma soglie: boschi, malghe, ritorni. I suoi paesaggi non si “dominano”, si ascoltano. Erri De Luca, nei suoi racconti d’alta quota, scrive da scalatore che non vede mete, non cerca un ricongiungimento mistico né un trofeo da mostrare. Scrive e sale con la stessa etica di chi sa che “ogni salita è un andare verso il pane e verso la sete.” Salire non è vincere: è farsi attraversare.
E se ci lasciamo attraversare, scopriamo che ogni dislivello è una domanda in più verso il futuro.
E questa domanda è urgente. Lo dimostrano le frane, gli incendi d’alta quota, lo scioglimento dei ghiacciai: ogni segnale arriva dall’alto, come un monito scritto in verticale. Ma non basta leggere la montagna come sintomo: bisogna imparare a viverla come metodo. Una via lenta, verticale, non spettacolare.
Serve una postura diversa. Una disponibilità a salire non per “raggiungere la vetta”, ma per capire cosa si rompe quando ci dimentichiamo di guardare verso l’alto con la volontà di diventare permeabili, di lasciare che il nostro andare porti “verso una riga più chiara dell’orizzonte”.
Serve questa chiarezza.
Una riga sottile e in salita, da tracciare e da seguire.
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