
Negli ultimi tempi ho visto molti aeroporti. Gate che si susseguono, scali, check-in in lingue diverse. Sono settimane di lavoro, e non mi lamento: avere un lavoro – anzi, più lavori – che mi porta a viaggiare è un privilegio. Ma anche i privilegi, a volte, stancano.
È una stanchezza che non ha a che fare con la fatica fisica. Piuttosto è una saturazione di movimento disincarnato: muoversi velocemente senza davvero attraversare, senza sentire il tempo e lo spazio. Cliché superato? Può darsi. Eppure in questi giorni, segnati anche da un senso di instabilità collettiva, mi rendo conto che il vero lusso – quello che non si compra, che non si fotografa – è un altro: saper camminare.
Mi rendo conto della banalità di questa rivelazione, ma allo stesso tempo sono grata di ricordarmi, di tanto in tanto, di apprezzare il più semplice e dimenticato modo di stare dentro al tempo. Non per arrivare da A a B, ma per tornare a un ritmo abitabile.
Lo scrive bene Frédéric Gros nel suo Andare a piedi. Filosofia del camminare: «Camminare non è uno sport. Non è una performance. È un modo di essere nel mondo».
Nel suo libro, Gros costruisce una riflessione frammentata ma potente. A ogni capitolo, il camminare assume una forma diversa: è una pratica del pensiero, una forma di resistenza, un modo per abitare il mondo con meno rumore. Camminare, dice, è l’unica attività che non si può velocizzare. Non puoi farlo “più velocemente”, come tutto il resto. E questo lo rende sovversivo, oggi.
Gros attraversa figure come Nietzsche, che camminava per pensare, Thoreau, che camminava per sottrarsi all’America industriale, Gandhi, che fece del camminare un atto politico. Ma anche Rimbaud, che camminava per fuggire da sé, e Kant, che faceva ogni giorno lo stesso percorso con precisione matematica. Camminare, per ciascuno di loro, non era un esercizio fisico, ma una forma di vita.
Il gesto del camminare diventa così un atto filosofico, ma anche etico. Ti costringe a rallentare, ad ascoltare, a spogliarti. Dice Gros: camminare è anche “lasciare indietro qualcosa”, ridurre l’eccesso, scegliere di portare solo ciò che serve. Ed è forse questo che oggi lo rende così prezioso: è un gesto semplice, silenzioso, che va contro la logica della prestazione, dell’efficienza, della connessione costante.
Torno verso New York, lo ammetto, un po’ controvoglia. Certo, vorrei essere ancora lassù per muovere i miei passi. Eppure so che non serve essere in montagna per farlo. Non servono scarponi tecnici, né mete spettacolari. Si può iniziare camminando con attenzione verso casa, dopo una giornata pesante. Lasciando il telefono in tasca. Cambiando percorso, rallentando il passo. Accorgendosi di qualcosa che ieri non c’era – o che semplicemente non avevamo visto.
Recuperare il cammino significa recuperare il corpo come strumento di presenza, non solo di spostamento. Significa affermare che c’è un modo di muoversi che non consuma, ma sedimenta. Che non produce contenuti, ma ascolto.
Non è nostalgia. È pratica quotidiana. E forse, oggi più che mai, è anche una forma di cura. Per noi e per il mondo.
Leave a comment