sulle corse e i loro perché

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Il rally non è solo una gara automobilistica: è un evento che trasforma per giorni interi intere vallate alpine in circuiti a cielo aperto, con tutto ciò che questo comporta in termini di rumore, emissioni, affollamento, tensione logistica e ambientale. Eppure, si continua a promuovere questo tipo di manifestazioni come se nulla fosse cambiato, come se fossimo ancora nel secolo scorso, quando la montagna era vista come un fondale spettacolare ma muto, da usare e consumare senza troppi scrupoli.

Non sono contraria ai motori in sé, né allo sport — ho alle spalle una vita tra palestre e competizioni. Ma trovo che il rally, oggi, rappresenti un modo inadeguato di stare in montagna. Non tanto per quello che è, ma per ciò che porta con sé: un’idea di territorio come spazio neutro, da attraversare ad alta velocità, da spettacolarizzare e da consumare nel giro di pochi giorni. Davvero abbiamo bisogno di questo?

Quando sento i promotori parlare di “ricadute economiche sul territorio”, mi chiedo: quale territorio?

La montagna non è un circuito. È un ecosistema complesso e fragile, abitato da comunità che non sempre hanno voce, attraversato da animali che scompaiono al primo rombo, frequentato da persone che scelgono la lentezza per ritrovare un senso. Quando un’auto da corsa sfreccia su una strada alpina, quel momento di ascolto si rompe. E si rompe anche qualcosa nel modo in cui pensiamo il futuro di questi luoghi.

Ogni tornante percorso a tutta velocità è, per me, un’occasione mancata: la possibilità di proporre un’altra idea di montagna – non eroica, non adrenalinica, ma rispettosa, radicata, consapevole. La possibilità di immaginare un turismo che non chiede alle valli di diventare un palcoscenico, ma le riconosce come interlocutrici vive, con i loro tempi e le loro esigenze.

Mi rendo conto che questo discorso può apparire impopolare. Il rally, in certe aree, è visto come una tradizione, un momento di festa, qualcosa che “porta gente”. Ma forse è tempo di domandarci che tipo di “gente” vogliamo attrarre, e a quale prezzo.

Io sogno valli che non debbano tappare le orecchie ai bambini o chiudere i sentieri per tre giorni l’anno. Valli che non debbano scegliere tra la promozione turistica e il rispetto dell’ambiente. Valli che abbiano il coraggio di dire no a eventi spettacolari ma invasivi, per dire sì a una relazione più profonda, più lenta e più duratura con chi le attraversa.

Perché in fondo non è una battaglia contro il rally. È un invito a ripensare il modo in cui viviamo – e facciamo vivere – la montagna.

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