
Durante una camminata estiva in quota, un cane lasciato libero ha azzannato una marmotta. L’ha colpita di sorpresa, nei pressi della tana, tra l’erba rada e le rocce basse. È bastato un attimo: il cane ha agito d’istinto, il padrone ha richiamato quasi infastidito da questa fatica, troppo tardi, e la marmotta è rimasta a terra, immobile. Alcuni presenti si sono voltati, altri hanno distolto lo sguardo. Nessuno ha detto molto.
Episodi simili non sono rari. In montagna, l’incontro tra animali domestici e fauna selvatica può accadere ovunque: nei pascoli, lungo i sentieri, vicino ai rifugi. Ma questo fatto, apparentemente marginale, apre una questione più ampia che riguarda la nostra idea di libertà, e il nostro modo di stare nella natura.
Per molti, il cane “libero” simboleggia il domestico che si riscopre improvvisamente selvaggio, che riattiva istinti assopiti, che riconquista una libertà quotidianamente compressa. È un gesto che spesso viene letto in modo positivo: il cane che corre senza guinzaglio è una figura di spontaneità, di vitalità riconquistata, persino di gioia. Ma è proprio questo il nodo. Perché è esattamente ciò che molti cercano in montagna: un luogo dove sentirsi “più veri”, più sciolti, meno sorvegliati.
Il problema nasce quando questa ricerca personale – legittima, persino necessaria – si esercita a scapito di altre forme di vita. In quota non siamo mai soli. Non siamo gli unici a muoverci, ad abitare, a cercare spazio. E la nostra libertà ha senso solo se si misura con quella altrui.
Nel modo in cui pensiamo alla montagna, agisce ancora un’idea potente ma distorta: quella di wilderness. Una natura incontaminata, intatta, al di fuori della storia e della cultura. È un immaginario ereditato da secoli di narrazione romantica, coloniale e turistica. Da Thoreau a certi racconti contemporanei, la wilderness viene rappresentata come uno spazio vuoto, da esplorare o da abitare temporaneamente per “ritrovare se stessi”. Ma non è mai stato così. La montagna – almeno quella che conosciamo in Europa – è da sempre territorio antropizzato, coltivato, attraversato, segnato da presenze umane e animali.
Pensare alla natura come uno sfondo neutro, come un vuoto da riempire con la nostra esperienza, è un atto politico. E pericoloso. Perché ci autorizza a comportarci da pionieri in un paesaggio che, in realtà, è già vivo, complesso, fragile. Così, un cane lasciato libero diventa inconsapevolmente un predatore, e una marmotta perde la vita non per un equilibrio naturale, ma per un gesto umano disattento.
È importante ripensare la nostra idea di libertà in natura. Riconoscere che essere liberi in un ambiente vivo significa anche contenersi, osservare, farsi da parte. Significa accettare che il nostro passaggio lascia tracce – visibili e invisibili – e che camminare in montagna è, sempre, un atto di relazione.
La marmotta non ha avuto voce. Il cane ha continuato la sua corsa. E noi? Abbiamo ancora il tempo per imparare a guardare meglio, a camminare con più rispetto, a non scambiare l’istinto per diritto.
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