la ‘wilderness’ non esiste – per fortuna

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L’idea che la natura esista come qualcosa di separato dalla cultura – un altrove puro, intatto, rigenerante – continua a esercitare un fascino potente. In particolare, la montagna viene spesso immaginata come uno spazio “altro” rispetto alla città, come luogo di autenticità e silenzio, dove ciascuno può ritrovare se stesso e rigenerarsi. Questa rappresentazione, così pervasiva, si nutre di un immaginario che affonda le radici nella modernità occidentale: una lunga linea narrativa che va dal romanticismo alla spiritualità new age, dalla retorica del cammino solitario fino — forse soprattutto — alla mitologia della wilderness.

È il filo conduttore di molti racconti autobiografici contemporanei. Wild di Cheryl Strayed – reso celebre anche dal film con Reese Witherspoon – mette in scena un’escursione estrema come percorso interiore di elaborazione del dolore. Lo stesso accade in Into the Wild di Jon Krakauer, dove l’illusione di una natura liberatoria e totale si trasforma, tragicamente, in isolamento e morte. In queste narrazioni, la natura funziona quasi sempre come uno sfondo simbolico: uno specchio per l’interiorità, più che un sistema di vita con cui entrare in relazione responsabile.

Ma questa visione rischia di semplificare – o cancellare – la complessità dei territori montani. Lo ha spiegato con chiarezza lo storico e ambientalista William Cronon nel saggio The Trouble with Wilderness (1995), dove smonta il mito della natura vergine come costruzione culturale moderna. Per Cronon, l’idea di wilderness è pericolosa proprio perché ci fa dimenticare che la natura è ovunque, anche dove non ce l’aspettiamo: nei paesaggi coltivati, nei paesi spopolati, nei boschi attraversati da animali, fili elettrici, storie di vita e lavoro. Idealizzare la montagna come spazio “puro” significa, paradossalmente, renderla più vulnerabile: perché la si priva di un reale riconoscimento ecologico, storico, umano. 

Questo lo sanno bene certi scrittori che hanno restituito alla montagna la sua densità vissuta. In Montagnes di Philippe Jaccottet, ad esempio, l’alta quota non è mai rifugio assoluto, ma luogo attraversato da voci, presenze, domande senza risposta. Anche Mario Rigoni Stern – in testi come Uomini, boschi e api o Il bosco degli urogalli – ci ricorda che l’ambiente alpino è una rete di relazioni antiche, frutto di un’alleanza fragile tra gli uomini e la terra. Le sue montagne non sono selvagge: sono abitate, custodite, ferite. Perfino nei racconti di Paolo Malaguti o Mauro Corona (quando più legati alla memoria comunitaria che all’aneddoto individuale) emerge un’idea di montagna che è fatta di lavoro, di fatica, di passaggi ripetuti nel tempo.

E questo equilibrio non si mantiene da sé. Non basta salire “in alto” per sentirsi in sintonia con la natura. La salute di un ambiente montano è il frutto di un lavoro quotidiano – visibile e invisibile – fatto di cura del territorio, di manutenzione silenziosa, di attenzione alle stagioni, ai pascoli, ai sentieri. È il lavoro dei malgari che riportano gli animali in quota ogni estate, dei forestali che leggono le frane e le morie di insetti, delle comunità che ancora si prendono cura del territorio con gesti non eroici ma necessari.

Frequentare la montagna con consapevolezza significa riconoscere tutto questo. Significa camminare sapendo che ogni nostro passo ha un impatto, e che la nostra libertà – come quella di un cane lasciato libero in alta quota – deve fare i conti con le vite altrui. La natura non è un vuoto da riempire con la nostra presenza, ma un pieno di relazioni da cui imparare. Accettare di essere ospiti, non padroni, è il primo passo per abitare la montagna con rispetto.

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