dove nessuno guarda

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“[…]E la vera vita si nasconde spesso là dove nessuno guarda.”
— Mario Rigoni Stern

Non sono mai stata su una strada statale con mio nonno. Tutte le cose belle, per lui, si trovavano altrove: su stradine di campo, sentieri dissestati, deviazioni poco segnalate. I paesi attorno a casa non erano punti su una mappa, ma piccoli approdi, occasioni per una sosta lenta, per un incontro, per un racconto.

Fare “un giro in macchina” era il suo modo di esplorare — e forse anche di resistere. Dopo la guerra, dopo le marce forzate e le notti all’addiaccio, mio nonno tornò con storie piene di dettagli, di nomi, di silenzi. Portava sul cappello la sua penna nera degli Alpini—obbligando noi nipoti a modificare il testo della canzone Sul cappello con il settimo reggimento, il suo—e d’estate, seduto sulla sdraio davanti alle sue montagne, quella penna con tutte le parole trattenute tremolava appena nei tramonti, come se ancora potesse raccontare.

E mentre in una linea infinita da quel passato il nonno ci parlava di futuro, faceva un gesto con la mano: la abbassava lentamente, poi tracciava una linea orizzontale nell’aria, con una calma che non dimenticherò mai. E ogni storia narrata, viva, pura, finiva nel luccichio degli occhi di quell’uomo stanco ma ancora bambino che dopo una pausa diceva “…Ma io non ci sarò”, senza lasciare più spazio a domande o altre storie.

La sua sdraio non era solo una sedia: era un osservatorio. Da lì scrutava il futuro con gli occhi rivolti ai monti e la mano ferma sul bracciolo, come se stesse tracciando l’ultima curva.

Se n’è andato alle soglie dell’estate, e ci siamo ritrovati tutti un po’ senza direzione. Eppure, mi sono accorta crescendo che quella direzione invece l’aveva impressa sottopelle, senza che me ne accorgessi. Lo ritrovo in ogni freccia messa per prendere quelle strade che gli piacevano tanto, di quelle che allungano quasi sempre il tragitto, ma allungano anche pensiero e battito. Se penso a lui, non immagino una via maestra da seguire, ma piuttosto una serie di curve, deviazioni, incroci dimenticati — quei percorsi minori che chiedono attenzione e fiducia, quei percorsi che riportano respiro quando la via da seguire sembra sbiadirsi e confondersi.

Forse è proprio vero che la strada sbagliata è spesso quella giusta.
Nelle fiabe, chi si perde trova. Nelle montagne, chi devia scopre. Nelle Scritture, Dio si manifesta lungo sentieri inattesi—pensiamo a Emmaus— e dove la rivelazione si nasconde nel passo e nella compagnia, non nella meta.

Il nonno ci ha insegnato, senza retorica, che la vista è più bella (e forse anche più vera) nei terreni meno battuti. Che non bisogna aver paura di sbagliare strada, né di fermarsi, né di stare da soli. Che ogni sentiero secondario porta con sé la possibilità di un incontro: con un luogo, con una storia, con se stessi.

Forse è questo l’augurio che oggi mi sento di fare, a me stessa e a chiunque scelga di salire in quota quest’estate: non andiamoci da mandria, da gregge, lasciamo spazio alla libertà di perderci,  di andare là dove nessuno guarda.

“I took the one less traveled by,
And that has made all the difference.”
— Robert Frost

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