imparare le impronte

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C’è una montagna che si attraversa e una che ci attraversa. In La natura esposta, romanzo asciutto e denso di Erri De Luca, la montagna è entrambe le cose: luogo fisico e soglia interiore, confine geografico e passaggio simbolico. Un uomo senza nome accompagna i migranti oltre la frontiera alpina e scolpisce pietre. Lo fa in silenzio, con mani esperte, lasciando che siano roccia e carne a parlare.

In questo breve romanzo, il paesaggio non è sfondo, ma voce. La natura esposta ci costringe a spostare lo sguardo, ad ascoltare ciò che nella materia si nasconde, o meglio, si offre. Non un racconto sulla materia, ma su un ambiente che non diventa mai sinonimo di natura, semmai di coabitazione di senso.

Il romanzo si sviluppa tra il contrabbando delle montagne di confine. È un confine-cerniera, che continuamente sfida e richiama. La frontiera non è solo un luogo di passaggio per esseri umani in fuga: è una fessura tra due mondi, un crinale in cui le identità sfumano. Erri De Luca, che conosce a fondo il gesto dell’alpinismo, trasforma il camminare in un atto etico. Camminare nella neve è già, in sé, una forma di scrittura: “La montagna ha imparato le impronte. Le conserva per ore, per giorni, come memoria.”

La montagna qui è archivio vivente. Non è un panorama da contemplare, ma una presenza attiva. Seguendo il pensiero di Serenella Iovino, possiamo dire che il paesaggio non viene raccontato, ma racconta. La materia è portatrice di storie, tracce, traumi. È scrittura geologica, memoria —oltre che natura, in questo caso—esposta.

Il protagonista, scultore discreto e isolato, riceve l’incarico di restaurare un crocifisso ligneo e, su richiesta del parroco, di togliere il panno che ne copre il sesso. Deve “esporre la natura”. Ma la natura che affiora non è provocazione, non è scandalo: è carne viva, corpo terrestre, rivelazione.

“Non era indecente. Era corpo. Era il nostro stesso corpo, offerto al legno.”

In questo gesto — il togliere il superfluo, il lasciare emergere ciò che già c’è — si gioca tutto il senso ecologico del romanzo. L’arte non aggiunge, ma svela davvero togliendo ciò che non serve. La scultura diventa una forma di ecologia materiale: non si plasma la natura, la si accompagna. Si toglie, si scava, si custodisce.

Anche Jane Bennett, nel suo libro Vibrant Matter, parla della materia come viva, vibrante, capace di agire. Il marmo, il legno, la carne del crocifisso: tutto pulsa, tutto partecipa. Il protagonista lo sa, e per questo tace. Non domina la materia: la ascolta.

“Il corpo si accorge delle superfici, dei rilievi, della polvere. La pietra lavora anche me.”

Il titolo del romanzo non è un gioco di parole. La natura esposta è, innanzitutto, una dichiarazione di poetica. Esporre la natura significa renderla visibile, vulnerabile, vera. La scrittura di Erri De Luca, così come la scultura qui descritta, è un esercizio di esposizione senza violenza. Esporre non è forzare, ma lasciar vedere. È un atto di fiducia.

La nudità del Cristo, lontana da ogni intento osceno, diventa simbolo della nostra stessa condizione terrestre. Come ricorda Donna Haraway, “we are compost, not posthuman”: siamo fatti della stessa sostanza del mondo, siamo carne, pietra, linfa e respiro. Esporre la natura significa riconoscersi dentro di essa, come parte fragile e responsabile di un tutto.

La lingua di De Luca è coerente con questa visione. Non cerca l’effetto, non indulge. È una lingua scolpita, letteralmente. Ogni parola è necessaria, scavata nel silenzio. Come se la frase fosse anch’essa un blocco da cui far emergere la forma. In un’epoca di parole in eccesso, questa scrittura è una forma di ecologia stilistica: dire meno, per dire meglio.

Alla fine, il protagonista — senza nome, senza retorica — si presenta come una figura liminare. Vive tra le crepe della legge e della materia, tra l’etica e la fede, tra la roccia e la carne. È lì che il romanzo ci invita ad abitare: nelle fessure del mondo, in ascolto. Senza colonizzare, senza semplificare.

La natura esposta è un invito a scolpire relazioni nuove con la materia che ci circonda. A lasciare che siano la montagna, la pietra, il corpo, il silenzio a parlarci. Perché solo quando impariamo ad ascoltare, forse, possiamo davvero imparare a coabitare.

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