
Non tutte le montagne sono fatte per essere scalate. Alcune chiedono di essere abitate. Non con l’affanno del possesso, ma con il passo lungo della consuetudine, della condivisione silenziosa. È un’idea che si oppone alla retorica dominante della vetta: quella del gesto solitario, del record, dell’evasione individuale. Esiste invece una montagna di mezzo, fatta di paesi, di finestre accese d’inverno e orti coltivati d’estate, talvolta a fatica.
È qui che può nascere un altro modo di stare. Abitare la montagna significa pensare non alla conquista ma alla coesistenza, alla ripresa di un ambiente che includa invece di gerarchizzare. Non può essere una ormai sorpassata wilderness immacolata, ma un abitare poroso, aggettivo che ci viene insegnato dall’infinito abitare napoletano. È un’idea che passa per i paesi di media quota, luoghi spesso dimenticati, tagliati fuori dalle traiettorie turistiche e logistiche, eppure fondamentali per custodire un equilibrio tra natura e presenza umana.
Luca Mercalli, in Salire in montagna, racconta il suo trasferimento a Vazon come una scelta insieme ecologica e culturale: andare in alto non per isolarsi, ma per contribuire a un modo diverso di vivere, più sobrio, più radicato, più comunitario. La sua casa, ristrutturata senza clamore, è anche un manifesto: non c’è bisogno di costruire il nuovo se il vecchio può ancora ospitare. Non serve consumare altro suolo se il suolo già parla, già ricorda, già accoglie.
Eppure, la tendenza è opposta: si aprono strade sempre più in alto, si costruiscono strutture raggiungibili in auto, si moltiplicano alberghi di vetta, si svuotano le baite dei pastori per far posto a glamping e chalet, per l’appunto, esclusivi. Le architetture minime—rifugi, bivacchi, malghe, baite—rischiano di essere assorbite da una logica di consumo, snaturate, rese comode, addomesticate. Ma la loro forza è proprio nella misura: spazi ridotti, condivisi, costruiti spesso con materiali del luogo e in relazione diretta con il paesaggio. Custodiscono storie, saperi, fragilità. Sono, in fondo, gesti d’amore.
Abitare la montagna per me ha profumi penetranti, forti anche quando delicati, profumi di buono anche quando acri e sporchi come il latte di vacca appena munto, profumi che ho imparato ad apprezzare con il tempo. La mia montagna sa di unguento di iperico raccolto sulle rive di maggio, di timo selvatico, di porte che trattengono il quarto dono d’Epifania: resina di larice.
Anche Marco Revelli, scrivendo dello spopolamento e del disfacimento del tessuto sociale dei territori montani, ci ricorda che non si tratta solo di economie marginali, ma di mondi relazionali che crollano: l’osteria, la scuola, la bottega, il forno comune. Ricostruire questi legami è forse più urgente che costruire nuove infrastrutture.
Nel libro e poi nel film Le otto montagne di Paolo Cognetti, la baita costruita dai due protagonisti diventa luogo delle possibilità impensate. Luogo mai unico, ma plurale, dove ognuno ha l’opportunità di scoprire, di sentire che, alla fine, “ognuno di noi ha una quota prediletta”. È un rifugio che non isola, ma espande. Un gesto minimo e concreto che fa spazio a un’altra idea di abitare: dove il paesaggio non è solo sfondo, ma parte viva della relazione.
Forse allora abitare la montagna è più simile a un ritorno, a una forma di paziente intimità con il paesaggio e chi lo abita. Forse, proprio per questo, non è sempre una scelta facile. È in questa resilienza però che si gioca tutto l’abitare che non diserta, è in questa consapevolezza che si può scoprire che “la montagna è un luogo dove ti senti meno straniero, come se fossi parte di qualcosa che ti precede e ti sopravvive.”
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