
Ci sono scritture che arrivano dritte alla pelle. Non perché gridano, ma perché risuonano. Hanno una qualità che scivola al di sotto, smuovendo qualcosa che non sappiamo mai completamente spiegare. Sono scritture che diventano inchiostro dopo essere state incise, cesellate, depositate nel corpo . È lì che credo nascano le storie più vere: nella carne che ricorda, nella postura che trattiene, nel respiro che si altera raccontando. Il corpo, si sa, non mente. Porta con sé una memoria ancestrale, più antica della biografia, più profonda della parola. E quando lo si lascia entrare nel gesto dello scrivere, il testo non scorre: vibra.
Scrivere con il corpo non è una questione di stile, ma di presenza. È il modo in cui la voce si ancora alla terra, in cui la narrazione non galleggia sopra ai luoghi, ma li attraversa a piedi. Lo si sente subito quando un autore scrive così: il corpo entra nel ritmo, nell’immagine, nella scelta delle parole, ma anche nel silenzio che le separa. Questo è il punto: una scrittura che si lascia sentire, come una montagna scalata con lentezza, appiglio dopo appiglio, con il tempo necessario, diventa viva, si accosta al respiro dello scalatore in cordata.
Nella letteratura italiana di montagna contemporanea, uno degli esempi più limpidi di questa scrittura incarnata è Paolo Malaguti. Nei suoi romanzi, si sente una cura costante per la memoria del corpo: il corpo della terra, il corpo della lingua, il corpo dei personaggi che vivono e pensano con muscoli, ferite, fatica. Nel suo Il Moro della cima, la montagna non è un fondale, ma una presenza concreta che modella i gesti, l’immaginario, la sopravvivenza. I corpi dei soldati, i loro fiati mozzati, le mani che scavano, i piedi che scivolano sulla roccia bagnata, tutto racconta più della trama. Malaguti non descrive la montagna: ci entra dentro, la attraversa con un’adesione che è insieme fisica e spirituale. È una letteratura che conosce l’altitudine non solo per averla studiata, ma per averla sentita sotto pelle.
E questa sensibilità non è solo una questione stilistica, ma ecologica, nel senso più profondo del termine. Malaguti non scrive mai da visitatore della storia o del paesaggio. È autore fortemente radicato, territorialmente localizzato, ma mai per questo chiuso, campanilista nello scrivere. C’è nella sua scrittura un respiro ampio, capace di restituire al passato una potenza viva, pensante, fertile. La memoria non è mai museo, ma materia organica. Allo stesso modo, il paesaggio non può mai essere cartolina, ma azione. I luoghi parlano non perché sono “belli”, ma perché abitati, scavati, sedimentati. È questa la vera ecologia letteraria: non la tematizzazione ambientale, ma una relazione scritta tra corpo, tempo e terra.
In tempi in cui il linguaggio tende a staccarsi dai luoghi, a fluttuare in uno spazio disincarnato, tornare alla scrittura che sente, che si sporca, che si fa fisico impegno, è un gesto necessario: è questa la vera rivoluzione. Scrivere con il corpo vuol dire radicarsi. Vuol dire ricordare che prima della lingua c’è il fiato, prima della pagina c’è la mano, prima della narrazione c’è il passo. È forse questa la più profonda forma di responsabilità poetica e politica oggi: non scrivere sulla montagna, ma scrivere per la montagna. Scrivere non per rappresentare, ma per restituire. Per fare del corpo un ponte tra memoria e presente, tra terra e voce. E farlo tremare, come fa la vita quando è vera.
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