conosco la mia libertà

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La montagna non è soltanto vetta: è margine, sentiero, villaggio; è mutuo soccorso antico, gioia di condivisione vera – non di opportunismo né di opposizione. La montagna è il dono disarmato di Mario Rigoni Stern:

«Vorrei che tutti potessero ascoltare il canto delle coturnici al sorgere del sole, vedere i caprioli sui pascoli in primavera, i larici arrossati dall’autunno sui cigli delle rocce, il guizzare dei pesci tra le acque chiare dei torrenti e le api raccogliere il nettare dai ciliegi in fiore.»

Non c’è nella mia montagna arena per pochi lottatori delle cime. La democrazia che vi pulsa è antica come la sua polvere, di un ordine “che non è scritto, ma che tutti sanno”, è ghiacciaio che rilascia con sapere ormai sconosciuto. A patto che ognuno rinnovi lo sguardo per viverla con sincerità, la mia montagna è estesa e plurale. È una montagna che racconto allo sfinimento, perché proprio come Rigoni Stern, vorrei che tutti sentissero cosa smuove in me pensare alle cime che mi hanno disegnato le rughe del volto.

Erri De Luca iscrive Rigoni nel suo personale ‘pantheon degli spazi aperti’, riconoscendo che quella scrittura di bosco allarga le frontiere della letteratura, rendendola cammino condiviso più che vetta individuale. Il suo elogio è un invito implicito: chiunque scriva – o viva – di montagna, assuma la stessa postura d’ascolto, senza gerarchie.

Fino a qualche anno fa volevo solo andare, rapida, macinare sentieri: partivo presto, la testa già alla cima. Spesso incrociavo mia nonna ferma sulla sua sdraio, lo sguardo alto, un po’ di traverso. Sollevava una mano delicata, fragile, con un’eleganza di pane e terra che non ho più visto nella vita: «Guarda che belle le foglie mosse dal vento» mi diceva. Sorridevo e passavo oltre. Oggi cammino ancora, cammino con lo stesso passo spedito, ma mi accorgo che sempre più frequente è anche il mio stare. E in quel silenzio che non programmo, ma che semplicemente mi accade, mi convinco sempre di più che la quota vera non è di metri, ma di attenzione: basta una foglia che vibra perché la montagna si apra e diventi sorriso e gratitudine.

Ricordo un estratto delle memorie di Alcide De Gasperi che mi ha sempre colpito per essere così preciso nella sua semplicità. Anche quando è diventato il primo presidente del Consiglio dell’Italia repubblicana, appena poteva, lasciava la città e correva in Val di Sella, dove tutt’ora c’è la sua casa, e dove morì nel 1954. Per lui, che di prigionie e lotte ne ha viste e vissute molte, libertà significava correre lassù e infilarsi i pantaloni alla zuava. In quel gesto sartoriale c’è una dichiarazione politica prima ancora che personale: urla ‘io sono questo, e qualsiasi altra cosa io faccia, è possibile solo perché so dove nasce la mia libertà.’

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