
Ci sono sogni che arrivano prima ancora di essere pensati. Mi rendo conto che tante volte nella vita mi sono ritrovata a vivere qualcosa che, anni prima, avrei creduto lontanissimi, fuori portata. Non perché fosse irraggiungibile, ma perché non avevo ancora gli occhi per immaginarlo.
Credo che questa dinamica—questo ritardo della coscienza rispetto alla possibilità — me l’abbia insegnato la montagna. Non sono una scalatrice, non affronto pareti verticali né inseguo vette estreme, ma conosco bene la gioia del camminare in quota. Quella fiducia, tutta interiore, che si rinnova a ogni curva: dietro il prossimo tornante ci sarà uno scorcio mozzafiato. E anche se non c’è, continuo a camminare.
È un movimento lento, quello che ci avvicina ai sogni. Un movimento che somiglia più al passo che allo scatto. C’è la fatica, c’è lo sconforto—eccome se c’è. Ci sono i giorni in cui il dislivello sembra troppo, le nuvole coprono ogni orizzonte, e il fiato corto mette in dubbio il senso del cammino. Ma anche quei momenti fanno parte della traiettoria: sono la misura della distanza che separa l’oggi da un altrove possibile.
Nella città che abito, i sogni talvolta si mescolano con l’odore dell’opportunismo patinato, alla rincorsa di una possibilità, che prescinde ogni coscienza. Quella città è stata porto accogliente, frontiera che scricchiola. È stata, prima di ogni altra cosa, un punto di domanda.
E quella città che abito può essere cuore e metonimia di tutta un’America di gente di montagna in cammino. C’è una frase di Antonio Porchia, uno di quei migranti d’altri tempi, che mi ha sempre colpita: ‘quello che non ho, lo trovo immenso’.
Forse è così anche per i sogni. Finché sono lontani, ci sembrano immensi, sproporzionati rispetto a ciò che siamo. Poi li incontriamo, magari senza accorgercene subito, e scopriamo che ci somigliano, che ci stavano aspettando.
E non sempre—per fortuna—i sogni arrivano in modo fragoroso. A volte si manifestano come un equilibrio improvviso tra il paesaggio e il respiro, come una piccola pienezza, sottile, leggera, che si insinua tra le pieghe del giorno.
È per quella piccola pienezza che mi ricordo che vale tutta la fatica, è per quell’andare per boschi dove, come afferma H. D. Thoreau nel suo immenso Walden, ‘si può succhiare tutto il midollo della vita’.
Allora forse, la distanza dai sogni non è sempre un ostacolo. A volte è lo spazio che ci serve per riconoscerli. E la montagna continua a ricordarmi che ogni passo, per quanto piccolo, ha il suo significato. Che la fiducia non è cieca, ma orientata. E che anche quando non vedo la meta, posso continuare a camminare. Perché forse, proprio dietro la prossima curva, ci sarà un’apertura inattesa. E forse, senza saperlo, ci sono già dentro.
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