
Non sono mai stata convinta che luce sia il contrario di tenebra.
Fiat lux, la prima luce, nemmeno quella ha cancellato le tenebre. Forse le tenebre non sono fatte per essere cancellate. È vero allora che luce è bagliore, appiglio, speranza nel buio? Non mi convince nemmeno questo.
Credo che luce sia dove si crede. E non si crede con gli occhi, non io, perlomeno.
Le luci che mi convincono sono quelle che portano il mare, in qualche modo. Luci agitate, luci a intermittenza: non per scelta ma per necessità di sopravvivenza. Mi piace la luce quand’è bella, non perchè tanta ma perchè pregna di vita anche quando trema.
Luci ferme che buttano lo sguardo oltre, talvolta senza più neanche il coraggio di cercare più.
Erano i ruggenti anni ’20 quando the City è esplosa di luce, eppure tra quella rincorsa verticale al sogno americano, luce diventa qualsiasi appiglio che porta più in alto. E allora si diventa ciechi, ingordi di un desiderio di essere illuminati senza più sapere nemmeno da cosa.
Per questo mi il Gatsby di F. Scott Fitzgerald che la sua luce la riconosce bene. Che ci sia o meno, che sia, o che sia tenebra. Lui sta lì e sa il perché. Luce è Daisy al di là della baia. E Daisy diventa l’America, droga e rimedio ai malanni di chi aspetta la luce sbagliata.
Ecco, forse è tutto qui l’inganno: attendere la luce. Si può fare, in quelle notti che devono finire, che hanno tra le lenzuola già il sapore amaro del viaggio, dell’addio. Si può fare, frementi di vita con l’alba che ti sbatte in faccia. Si può fare, ma non se quella luce invece di illuminare, consuma.
Non c’è attesa dove c’è uno sguardo buttato oltre la baia.
Leave a comment