
Non sono un’alpinista, non nella concezione fisica e scalatoria del termine. Le quote delle vette ambite sono lontane dall’altitudine che la biologia mi ha programmato nelle rughe della fronte.
Ho respirato le alture dell’iperico di maggio, lo sterco secco delle vacche di malga, il loro latte caldo, il lilla del timo che rinnova piatti e polpastrelli. Sono stata lontana dalle albe di luglio, quando il sole acquerella col cielo paesaggi perfetti di cime che risvegliano l’eterno.
Non ho mai avuto la spinta alla salita, ma tutte le spinte importanti della vita le ho avute dalla corona di monti che ha deciso chi sono. Ne cerco sempre i profili, ne conosco nasi e colli, così da ritrovarli sempre anche in questa città che s’incorona di ben altri profili.
Mia nonna, figlia delle risaie del veronese, non si è mai data pace mentre suo marito la portava a vivere in quella gabbia di roccia che le toglieva il respiro. Sono certa che ha pregato, ma per cosa?
Solleverò i miei occhi verso le montagne. Non a cercare oltre, altrove, ma proprio lì dove lo sguardo è già tutto l’aiuto necessario. È sguardo sacro che schiude e protegge. Di certo questo la nonna non lo pensava mentre la sua pianura si riempiva a poco a poco di ombre e boschi. Serve a me, alpinista al rovescio, che quell’inclinazione verso l’alto diventa già risposta. A volte nuova domanda, ma mai necessità di chiedere altro. È lì il mio aiuto, che diventa forma nuova a ogni abbattimento, a ogni ritorno.
È lì la mia spinta alla scalata lontana dalle cime.
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