sull’essere civili

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Uno dei più sinceri e curiosi studiosi della questione alto atesina-sudtirolese è stato il giornalista Sebastiano Vassalli, che prima nel 1983—inviato dalla rivista “Panorama”—e poi nel 2015, in seguito a una serie di importanti anniversari storici, ha viaggiato tra città, vallate e masi di questa peculiare terra-cerniera. 

Oggi sento spesso portare a modello la Provincia Autonoma di Bolzano come modello di ‘convivenza civile’: ma ‘civile’ in che senso? Se guardiamo ai vecchi modelli di politica rancorosa, ‘civile’ ricalca lo scadente modello del ‘più chiaramente ci separiamo, meglio ci comprendiamo’. I modelli citati ad esempio diventano allora facciate, dove una qualche forma di rispetto è statutaria, e il mistilinguismo reale solo a compartimenti stagni. 

Negli anni ’60, anni pesantissimi di fuochi e terrore, in molti hanno guardato lassù verso quella regione autonoma senza mai ben capire cosa volesse dire. Antonio Manfredi nel suo Alto Adige  segreto propone una ‘educazione all’incontro’ in contrapposizione sia alla politica sudtirolese in quanto orientata alla separazione, sia a quella italiana orientata all’indifferenza e alla negazione di un problema. 

Dopo gli sforzi degli anni ’70 che hanno riportato quantomeno un clima vivibile, i vecchi rancori sono riemersi sotto nuove e più subdole vie. Gli estremismi di sotterfugio sono sempre i più viscidi. Sento parlare di ‘civiltà’, e al contempo la posso vedere, la posso vivere perché sono anch’io parte di questo abitare contemporaneo. 

Ma il ruolo di civis comporta prima di tutto un dovere. Un bel dovere. Comporta la gioia di sentirti parte di qualcosa. La dobbiamo sentire tutti? No. Essere civili significa allinearsi passivamente a politiche che non condividiamo? No. Civiltà significa sopra ogni cosa consapevolezza. 

Allora in questo sbraitare di civiltà supposta, com’è possibile che ancora oggi nella Provincia-modello una sindaca volontariamente e consapevolmente messa a servizio dei suoi—per l’appunto—concittadini, rifiuti di indossare il tricolore italiano? È questa la ‘convivenza civile’? È inevitabile, soprattutto sul piano politico, un radicamento su alcuni principi, è addirittura auspicabile. Ma quando questi valori diventano discriminanti e disprezzanti verso una politica che deve essere necessariamente inclusiva e aperta, dov’è la civiltà? Dov’è la consapevolezza su cui si fonda? 

Vassalli nell’83 definì gli italiani alto atesini-sudtirolesi una minoranza sacrificata dalla propria nazione a un’altra minoranza ‘che si difende con tutti i diritti di una minoranza e governa con tutti i privilegi di una maggioranza’. Questo non significa che giochetti e capricci politici affini vengano recitati da un’etnia piuttosto che da un’altra: non ho interesse nello schierarmi. Ho interesse invece nell’apertura verso spazi possibili di non-tossicità.

Ho trovato aria nuova lontano da municipi e seggi, ascoltando una gioventù che mi piace perché in ascolto costante—anche se tartassata in continuazione da un’età adulta frustrata. Invece di perpetuare un clima di spocchiosità etnica, credo ci sia la necessità di narrare un territorio nella sua peculiarità, nelle sue piccole lotte e conquiste quotidiane. La giovanissima Maddalena Fingerle lo fa nel suo Lingua Madre dove italiano e tedesco si confrontano nella quotidianità della vita, e dove le parole auspicano ad essere—e non sempre lo sono—pulite, dove ‘dici una cosa e intendi quella’. Lo fa Eva Melandri in Eva Dorme, lo fanno molte riviste tra cui ‘Manarót’ dove questa regione provinciale per l’Italia viene valorizzata per la sua centralità in Europa. O ancora lo fa l’attivismo e la vocazione stradaiola delle Resistenze in Cirenaica, che con la sua guerriglia odonomastica si rende voce viva da ascoltare per guardare con occhi nuovi gli strascichi della Storia. 

Mi piacciono questi giovani perché tra la propaganda e la polvere sotto il tappeto di molta politica di confine, ci ricordano una cosa semplice ma troppo spesso dimenticata: essere civili è un atto di coraggio. 

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